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Violetta - Scatti di scena

Note di sceneggiatura

Sandro Petraglia

Ho lavorato al copione di "Violetta" un’estate di qualche anno fa, in una città assolata e silenziosa. L’ho fatto con un piacere speciale, come accade quando si esaudisce un desiderio che viene da lontano: scrivere un “film d’amore” (era questo il termine che usava mia madre quando mi portava al cinema di pomeriggio, tenendomi per mano). Al momento di cominciare, ero letteralmente affollato di ricordi, preso in un turbine di donne bellissime, seducenti, infelici, mitiche, irraggiungibili, eppure presenti, vive - per quella inspiegabile magia che era il cinema degli anni Cinquanta. Ho subito pensato che Violetta dovesse essere altrettanto bella, e altrettanto irraggiungibile. A questo avrebbe dovuto contribuire la scelta dell’attrice (e la scelta si sarebbe poi rivelata felicissima), ma il mio problema veniva prima, aveva a che fare con una storia che, a partire da Dumas, era passata per la letteratura, il teatro, il melodramma, il cinema, caricandosi di pesi, di stratificazioni, di incrostazioni. Ho pensato allora di costruire, attorno a Violetta, il mistero del suo passato, e quello del suo presente. Ho ‘visto’ Violetta da piccola, in un paese poverissimo, alla foce del Po; l’ho vista comprata per poche lire da un uomo, l’ho vista che spariva su un carro di spettacoli viaggianti diretto verso le città, forse Parma, forse Genova, forse la Francia. Poi ho immaginato un buco nero di anni, Violetta è diventata una donna d’amore, ma il mistero resta: forse è una spia, qualcuno indaga su di lei, c’è una detection, c’è un giallo...

Ecco, avevo quanto bastava. Ma non volevo iniziare dal passato, per prima cosa volevo scrivere una scena da ‘film d’amore’. Così: uno studente sta scegliendo da una modista un regalo per sua sorella che vive lontano. All’improvviso la porta si apre e entra, come un vento, una ragazza incantevole, esuberante, piena di vita. Lei non si accorge di lui, che la guarda turbato. Poi si volta, e... Mentre la scrivevo m’è sembrato di vedere gli occhi di mia madre che brillavano nel buio della sala: di fronte a quei due, si sarebbe scordata perfino di togliermi il cappottino.

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